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martedì 28 maggio 2013

Molotoy - " The Low Cost Experience "

I Molotoy

A cura di John Tag.

Space Rock, Progressive, Ambient, Post Rock, Psichedelia, Elettronica fusa a strumenti classici, Dance... è questa la formula magica dei “MOLOTOYnel loro disco di esordio “The Low Cost Experience, su etichetta Modern Life.

I Molotoy sono Andrea Buttafuoco al basso, Andrea Paciletti alla chitarra e talk-box, Andrea Minichilli agli archi e Gianluca Catalani alla batteria. La loro musica è piacevolmente avvolgente, dannatamente psichedelica con flash di luce accecanti, melodie elettroniche, ma anche violini, piano, chitarre e cambi veloci di tempo. Già al primo ascolto sono riuscito a cogliere la loro grande capacità creativa che ben amalgama le numerose e differenti esperienze musicali che ciascun membro apporta al gruppo. Insieme riescono a creare un discorso musicale complesso, condito da atmosfere oniriche e rarefatte, ma anche da ritmiche incalzanti. A discapito del titolo, l'Esperienza a basso costo (The Low Cost Experience)non ha certo intaccato minimamente la qualità di questo loro disco di esordio. Con grande piacere, cosa sicuramente non voluta ma nata dalla loro grande cultura musicale e dall'esperienza “Progressive”, ho potuto risentire sensazioni e sonorità che riecheggiavano nella mia mente e che mi ricordavano in maniera netta suoni ed atmosfere che avevo sentito in “Different Stringdei grandissimi “Rush. Sto parlando del brano “Mussaka.

Da quanto ho potuto dedurre dall'ascolto del loro disco, credo che gruppi come i Kraftwerk, Chemical Brothers, Rush, Prodigy, Anekdoten e New Order, possano aver influenzato il loro modo di fare musica ma, sicuramente, Mogway,  God is an AstronautDream Machine e Ozrick Tentacles, sono un loro grande punto di riferimento. Bella è anche la copertina, ispirata a quelle dei vecchi L.P. di Progressive Rock anni 70, spesso considerate vere e proprie opere d'arte.


Tra i dieci brani che compongono il disco vi voglio segnalare quelli che ho apprezzato maggiormente, ma chiaramente è un mio personalissimo punto di vista:

Whe Are The Volvo”, brano molto ritmato e di facile ascolto, sfacciatamente dance;

Holymount In The Rain”, in cui piano, violino e melodie inebrianti sono a tratti connesse a ritmiche ossessive;

Magical History Soup”, in cui è inserito il discorso di Nixon alla nazione per l'annuncio della fine della guerra in Vietnam;

Mussaka, di cui ho già parlato sopra;

Werther, unico brano non solo strumentale con Lorenzo Lambiase alla voce.

In conclusione “The Low Cost Experience” è un gran bel disco che si fa decisamente apprezzare.





giovedì 16 maggio 2013

Deviate Damaen: "Respingimento artistico d'un mondo regredito all'infradito"


A cura di Manuel Polli.

Lo confesso, fino a qualche giorno fa non conoscevo neppure di nome i Deviate Damaen. Per chi scrive di un gruppo attivo dagli inizi del '90 (dal '92 al '98 si chiamavano “Deviate Ladies”) non è certo un punto a favore, ma così è. Quando, prima di ascoltare i dischi usciti nel corso della loro carriera, ho letto la bio del gruppo, ci ho capito ancora meno. Quando poi ho ascoltato i dischi, non ho più capito nulla. Ma andiamo con ordine.

I “Deviate Damaen” registrano il primo album intitolato “Religious As Our Methods” nel 1997 con la Metalhorse Productions, (primo disco italiano ad uscire codificato in Dolby Surround) e tracciano da subito le linee guida del loro repertorio: provocazione (più di tutto) e sperimentazione, tra momenti dark-ambient ed accelerazioni metal, voci filtrate, rumorismi ed un cantato a tratti filtrato a tratti immerso in veri e propri riti voodoo (la chicca è la traccia di apertura, con la vera confessione di un ignaro parroco romano alle prese con un “fedele” del gruppo radiomicrofonato...) Il secondo album, “Propedeutika Ad Contritionem (Vestram!)” esce poco dopo, con qualche cambio alla line up ( il leader nonché vocalist G\Ab Volgar Svenym dei Xacrestani sarà fedele alla causa fino alla fine) ma non ai toni provocatori, che anzi si fanno sempre più forti contro i tempacci decadenti e graveolenti che corrono.

Tra collaborazioni e scambio di artisti continuo con bands dell'underground romano come Aborym e Stormlord, rimasterizzazioni dei dischi vecchi e qualche pezzo nuovo, l'eclettico collettivo è attualmente formato dal leader G\Ab Volgar Svenym alla voce, Aby (chitarre), Ark (tastiere), Luca Herrdoktor (drum machine), Lily Lilien (voce femminile), Ille Doctor Luminis (pianoforte da camera e spazzolone da cesso((!)) ) e J.J Blackstar (basso, chitarra e batteria). Ed è con questo collettivo, più qualche collaborazione d'eccellenza (Lord “Zimo” Scazzocchio e Corazzata Valdemone) che i “Deviate Damaen” stanno per pubblicare il loro ultimo lavoro “Retro-Marsch-Kiss”, ovvero, per usare parole loro, il respingimento artistico d’un mondo regredito all’infradito! "L'Elite de Notra Merd", primo singolo rilasciato come anticipazione del disco nel 2011, sono 8 minuti passati in un salottino infernale, tra uova cucinate, accelerazioni di drum su bpm non distanti dalla techno, chitarre aliene tra il metal e l'hard-rock e collage sonori strappati ad una tv romana sintonizzata su X-Factor, tutti ingrendienti miscelati all'insegna di una sperimentazione sonora da sempre marchio di fabbrica della band.

Che gli ambienti sinistroidi non siano esattamente i loro preferiti è lampante, la protesta però è più atta a sottolineare un ambiente musicale “gotico”, “metal” e “underground” vigliaccamente accarponato verso quegli stessi esotismi che lo stanno letteralmente spolpando di risorse, mercato e identità. On-line è possibile ascoltare il secondo singolo che precede il disco: “L’Antimissionar” e, se volete farvi un'idea sull'immenso calderone musicale proposto dai “ Deviate Damaen”, potete scaricare gratuitamente i lavori precedenti della band sul loro sito ufficiale (questa è sempre un'iniziativa lodevole): www.deviatedamaen.net.

L' album, a detta del gruppo, è previsto in uscita non appena la band si degnerà di partorirlo. E allora, quando verrà partorito, lo ascolteremo. E' l'unica maniera per capire davvero cosa frulla in testa di questi tempi ad un collettivo tanto eclettico quanto interessante.








venerdì 3 maggio 2013

Stanley Rubik: " LaPubblicaquiete "


A cura di Flavia Frangipani

Gli Stanley Rubik hanno scelto un nome che racchiude in sé una moltitudine di concetti. E' da poco uscito il loro primo lavoro “LaPubblicaquiete”: il titolo rappresenta esattamente il contrario di quello che l'album contiene. Non è calma piatta, ma solo apparente.

Dario Di Gennaro (voce), Gianluca Ferranti (chitarra), Domenico D'Alessandro (chitarra), Andrea Bonomi Savignon (batteria) nascondono i significati, e li confondono con rumori di sottofondo. Quella che raccontano è la quiete di una normalità che riguarda tutti, ma che da sola non basterebbe a descrivere nessuno.

La voce si perde in un mare di elettronica e i testi tutt'altro che immediati estrapolano dalla quotidianità inquietudine e confusione. Le parole passano come fotogrammi, niente dissolvenze ma stacchi netti. Quello che resta è una sensazione appesa ad un filo. A tratti risultano ermetici e ipnotici. Dimostrano una cura maniacale per i particolari e attenzione ai dettagli. Il sottofondo è spesso in primo piano, stravolgendo la prospettiva. Nella copertina due occhi per niente confortanti con lo sguardo fisso, guardano “in camera”.
Rappresentano la realtà, lasciando libera l'interpretazione, ma sono attenti a lanciare segnali e chiavi di lettura.

Combinazioni, ragionamenti e soluzioni.


Il nome che hanno scelto li definisce. C'è lo sguardo delirante tipico del regista americano e c'è la complessità del cubo di Rubik da gestire.
Già... quel giochetto maniacale irresistibile e incontrollabile che se nella vita ti è riuscito di risolvere almeno una volta è successo grazie ad una botta di fortuna, oppure perché hai barato. O magari sei un genio (ma questo è più improbabile). Comunque, se risolvi il cubo di Rubik una sola volta e mai più, direi che non vale.

Come quando non riesci a capire il significato di una scena di un film di Kubrick. Se qualcuno deve spiegartelo, non vale. Sono tre tracce, solo tre, quelle di questo EP d'esordio. In perfetta sintonia tra loro, con i loro titoli, con il titolo dell'album, col nome del gruppo, con la copertina. Ha tutto perfettamente senso. Va capito, se ve lo si spiega è sempre la stessa storia, non vale.

Abuso, Pornografia e Vademecum sono dei titoli bellissimi, volevo dirlo.