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martedì 10 dicembre 2013

Il nuovo libro di Francesco Donadio : "David Bowie - Fantastic Voyage"

Il nuovo libro di Francesco Donadio, dedicato alla grande carriera di David Bowie

"FANTASTIC VOYAGE", appena uscito per Arcana, Francesco Donadio decodifica il “mistero Bowie”.


Nell'"anno di Bowie” – come l'ha definito l'autorevole testata Mojo – arriva in libreria, per i tipi di Arcana, DAVID BOWIE. FANTASTIC VOYAGE. TESTI COMMENTATI (€ 25,00) in cui Francesco Donadio, già autore di un’acclamata biografia su Edoardo Bennato, analizza e decodifica tutte le liriche del “Duca Bianco”, raccontando nel contempo il “fantastico viaggio” di tutta una vita e di una carriera inimitabile.

Simbolo di libertà e creatività, edonismo e decadenza. Creatura in apparenza aliena, attraversata tuttavia da umanissime angosce sulla vita e sulla morte, sulla religione, sulla fama e sul sesso. David Robert Jones in arte Bowie è ritenuto un genio (dagli estimatori) o uno scaltro manipolatore (dai detrattori), non sono ammesse mezze misure. In ogni caso il “camaleonte del rock”, come lo definiscono alcuni titolisti dotati di scarsa fantasia, è uno mai banale, raramente prevedibile, sempre pronto a spiazzare. C’è riuscito per l’ennesima volta, l’8 gennaio 2013 – giorno del suo 66° compleanno – quando, dopo un’assenza protrattasi per dieci lunghi anni, mentre i giornali avevano già preparato i loro “coccodrilli”, è resuscitato su Web, Facebook e Twitter postando il video di una nuova inaspettata canzone, Where Are We Now, e annunciando l’imminente uscita dell’album preparato in gran segreto The Next Day. Quella fatidica mattina tutti – anche chi in passato non l’aveva mai amato più di tanto – si sono resi conto di quanto fosse mancato, alla scena musical/artistica, uno come David Bowie.

E oggi, finalmente, lo si può affermare a voce alta: Bowie è uno dei “grandi padri” di quella che taluni chiamano musica rock, e altri preferiscono definire più ecumenicamente pop. Sono ormai quarant’anni che calca le scene, ha attraversato (quasi) tutti i generi e alcuni ha contribuito a crearli: dal rhythm’n’blues degli inizi alla jungle/industrial degli anni Novanta, passando per il folk cantautoriale, il Glam Rock en travesti, il plastic soul, la New Wave in salsa krauta, l’elettronica sperimentale, l’heavy-grunge alternativo e ancora molti altri. Se il sound e l’immagine non bastassero, ci sono le canzoni a fare la differenza: Space OddityRebel RebelYoung AmericansLet’s Dancee la lista potrebbe andare avanti per ore. Musica potente, contrassegnata da liriche talora misteriose e di ardua decifrabilità. Del resto, lui è un maestro nel mandarti fuori strada, disseminando nei suoi testi molteplici riferimenti e facendo ampio uso della tecnica del “cut-up” di ispirazione burroughsiana. Esiste però una continuità di fondo nell’opera di Bowie e, come egli stesso ha ammesso, “in fondo alla fine ricorrono sempre gli stessi temi, che poi sono i miei interessi”. Non può che essere questo, pertanto, il punto di partenza per “decodificare” le liriche di un artista che ha saputo dare una brillante forma artistica ed estetica alle proprie ansie e ai propri travagli esistenziali. Questi, a sua volta, erano i medesimi conflitti vissuti dai suoi fans; e Bowie, in tutti questi anni, non ha mai smesso di offrir loro quel conforto riassumibile nel metaforico, melodrammatico abbraccio con cui concludeva i concerti degli anni Settanta: “you’re not alone!” 

FRANCESCO DONADIO. Ricercatore e scrittore, appassionato di pop angloamericano, autore dei saggi Teddy-boys rockettari e cyberpunk (con Marcello Giannotti) e Edoardo Bennato. Venderò la mia rabbia (Arcana, 2011). Ha scritto di musica per «Tuttifrutti» e «Il Mucchio Selvaggio» e ha lavorato per la RAI, l’ADN Kronos e varie radio private. E’ caporedattore della testata «Extra! Music Magazine» (www.xtm.it).

«L’ingegno e la raffinatezza sono stati il contributo di David al rock’n’roll». (Lou Reed)
«Bowie è multidimensionale. Per la maggior parte della sua carriera, è stato un iconoclasta, non uno che segue le tendenze. Inoltre, possiede quello charme e quel carisma che di solito vengono associati alle leggende del cinema» (Tony Visconti)
«Ho amato tutto il suo lavoro degli anni Settanta. E’ un corpo di opere incredibile, brillante e innovativo. Non riesco a pensare a nessun altro artista che abbia avuto così tanto impatto in un periodo così breve» (Marc Almond)
«Questo artista è una perenne fonte di ispirazione, un punto di riferimento per tutti gli stilisti del mondo». (Jean Paul Gaultier)
«La prima volta che ho visto Bowie ho pensato: non sono l’unico ad essere un tipo strambo in mezzo al nulla più totale». (Boy George)
«E’ tutta posa. Non ha nulla a che vedere con la musica, e ne è cosciente anche lui. Non mi viene in mente nulla che abbia fatto che mi abbia dato i brividi» (Keith Richards)
«La musica di Bowie mi piace perché, fondamentalmente, è dissonante. Bowie non ha paura della distonia, della cacofonia, dell’aleatorio. E’ uno dei pochi musicisti pop che ti risparmia la noia dei soliti tre accordi e s’inventa strutture armoniche da musica classica» (Morgan)
«C’è la Old Wave. C’è la New Wave. E c’è David Bowie» (pubblicità della RCA per ‘Heroes’, 1978) 
«David Bowie is THE Man, col THE maiuscolo» (Morgan)
«E’ rimasta una delle mie radici più piantate sul terreno» (Enrico Ruggeri)
«Bowie ha sempre osato. E’ passato da un periodo all’altro rinnegando o rinnovando completamente quello precedente. In questo assomiglia molto agli artisti di altri campi, ai pittori, agli scultori, alle avanguardie dell’inizio del secolo scorso» (Manuel Agnelli - Afterhours)
«Qualche anno fa ho mandato una mail a David per il suo 57° compleanno. Ho scritto: “57???  Non è arrivato il momento che ti trovi un vero lavoro? Firmato Ricky Gervais, 42 anni, attore”. Mi ha risposto: “Ce l’ho un vero lavoro. Firmato: David Bowie, 57 anni, Dio del Rock”» (Ricky Gervais)

 

mercoledì 16 ottobre 2013

Il Matteo - " Presunte Attitudini "

"Presunte Attitudini", l'ep di debutto del cantautore romano IlMatteo.

A cura di Marianna Alvarenz

C’era anche lui al MEI di Faenza 2013, a chiudere il più importante festival della musica indipendente italiana nel polo comunicativo MEDIA CENTER a piazza della libertà: Il Matteo, “braccia rubate alla letteratura” come ama definirsi, nonché sceneggiatore e soprattutto cantautore. Cantautore di brani legati al quotidiano, seppur un “quotidiano universale”.

Presunte attitudini” è il suo primo EP, pubblicato nell’aprile di quest’anno, un manufatto le cui parole si srotolano senza respiro, senza mai rallentare in frammenti di un vissuto fragile. “Cumuli di polvere” apre le porte alla sua valigia di ricordi che lo deprimono e lo tormentano, una parola veloce dietro l’altra ed eccole che si snodano in uno swing quasi paranoico…c’è voglia di abbandonare le proprie comodità e abitudini, rincorrendo mete imprecisate e parallelamente enfatizzarne la stabilità emotiva. In “Vaga e minimale”, il bravo ragazzo lascia il passo alla sua vena polemica, frasi schiette e qualche arco per ricamarne lo sfogo a pieni polmoni; rassegnazione e rabbia per le impertinenze della mente che lo fasciano e spesso lo rendono insano.

IlMatteo e Alea dal vivo

Le ferite d’amore bruciano in “Foglie di te”, che con la sua melodia, e il piano struggente, risulta una perfetta ballata nostalgica e malinconica. E’ convincente il binomio piano e voce e amabile il lessico artificioso e ricercato dei testi. A far scendere giù il sipario, la “Capricciosa strada degli aranci”, in cui emerge una chitarra che accenna a un poco energico blues per dar spazio alla voce pulita e precisa de Il Matteo, che qui rockeggia un po’, ma rimane sempre fermo nella “mise” di bravo ragazzo. L’artista ti accarezza e ti culla, ma sa anche impartirti lezioni e impacchettarti una morale lì sul momento, senza lunghi giri di parole, ma solo brevi perifrasi che si adagiano su un linguaggio pieno ma mai eccessivo.

Un artista a tutto tondo che ci regalerà sicuramente altri progetti che varrà la pena ascoltare, e non perdere soprattutto dal vivo. Non a caso, a credere in lui, due produttori di spicco, Valentina Lupi e Riccardo Marinelli. Se ci hanno creduto loro, perché non possiamo farlo noi?



lunedì 23 settembre 2013

The Gold Tears - "Walk In My Side"


A cura di Davide Vittori

Suona molto anni '80 questo EP dal titolo: “Walk in my side”, prodotto dalla band “The Gold Tears”. Un disco che emoziona già dal primo ascolto e che ha nelle melodie dei ritornelli il punto forte. Insomma è un lavoro che resta, per intenderci di quelli che potrebbero fare da colonna sonora ad un lungo viaggio. Non c'è nulla di nuovo nella musica dei “The Gold Tears”, è vero, ma rimane comunque un prodotto piacevole che va ad arricchire la già vasta collezione dei patiti del genere. Non è nella possibilità di tutti ambire a rimpolpare un qualcosa di già sentito!

Ma adesso parliamo del disco! Quello che permane di queste 4 tracce, è la sonorità che ricorda appunto quegli anni, includendo anche i primi '90. La costante presenza delle tastiere (suonate da “Charles Tear”) che recitano sempre parti rilevanti e la voce profonda di “Max Tear” sono il filo conduttore di tutto il lavoro. Le linee di basso (“Shelly Tear”) e i tempi di batteria (“Mark Mad Honey”) sono martellanti e danno il giusto “tiro” alle canzoni. Le chitarre (“Andy Tear”) sono essenziali ma efficaci, con ritmiche studiate davvero bene. Particolarmente degne di nota sono “No Solution” e “Indifference”, che già al primo ascolto mi ricordano gli U2 di “The Joshua Tree”, forse solo un pochino più inglesi, ma la distanza è davvero poca (attenzione però, l'anima e soprattutto il tentativo di imitazione di Bono è molto evidente). 

The Gold Tears

Sono due canzoni che sembrano raccontarci di una certa malinconia e che negli incisi si trasformano in un qualcosa che regala fiducia nel futuro, comunque vadano le cose. Parlando a sensazione è un gran bel messaggio e sono i due pezzi meglio riusciti dell'EP. “Walk in my side” suona invece un po' più accattivante, con sfumature glam e strizza l'occhio pure ai “Cure”. Un buon pezzo ma non colpisce al primo impatto, ci vuole un po' per farsela piacere. La canzone che si discosta di più e che sembra voler prendere le distanze dal resto è “Symmetric”, dove improvvisamente le melodie si sporcano leggermente di quel garage rock che andava qualche anno fa. Dura pochissimo ( solo 1'36” ) e potrebbe sembrare quasi un pezzo punk, ma la convinzione e l'efficacia mancano e non poco.

Tutto sommato un buon lavoro, gradevole all'ascolto e che ha la pecca di non avere ancora la giusta maturità. Un rispettabilissimo 6,5 a questi ragazzi, aspettando con ansia il prossimo disco.

giovedì 6 giugno 2013

Cinemavolta - " Love, Party o Altro? "

Cinemavolta: la band

Tempo d’estate (arriverà arriverà…) e la voglia di ascolti dal sapore soulful e smoothy comincerà a farsi forte.

Ci penseranno i Cinemavolta con l’album già molto eloquente fin dal titolo, ‘Love, Party O Altro?’, ricco anche di preziose collaborazioni da Bobby Soul (Voci Atroci, Blindosbarra) a Gabby Lewis (astro nascente della scena hip-hop di Dallas), da Emily Guerra a Daniel Rays.

E se ancora non bastasse, i più inclini al clubbing potranno apprezzare il singolo Relativo remixato da Ski Oakenfull, poliedrico producer, tastierista e dj della scena acid jazz internazionale (Galliano, Incognito e varie altre figure del giro Talkin’Loud).

Insomma, importanti produzioni che gli amanti di ‘certo funk’ non vorranno perdere.


martedì 28 maggio 2013

Molotoy - " The Low Cost Experience "

I Molotoy

A cura di John Tag.

Space Rock, Progressive, Ambient, Post Rock, Psichedelia, Elettronica fusa a strumenti classici, Dance... è questa la formula magica dei “MOLOTOYnel loro disco di esordio “The Low Cost Experience, su etichetta Modern Life.

I Molotoy sono Andrea Buttafuoco al basso, Andrea Paciletti alla chitarra e talk-box, Andrea Minichilli agli archi e Gianluca Catalani alla batteria. La loro musica è piacevolmente avvolgente, dannatamente psichedelica con flash di luce accecanti, melodie elettroniche, ma anche violini, piano, chitarre e cambi veloci di tempo. Già al primo ascolto sono riuscito a cogliere la loro grande capacità creativa che ben amalgama le numerose e differenti esperienze musicali che ciascun membro apporta al gruppo. Insieme riescono a creare un discorso musicale complesso, condito da atmosfere oniriche e rarefatte, ma anche da ritmiche incalzanti. A discapito del titolo, l'Esperienza a basso costo (The Low Cost Experience)non ha certo intaccato minimamente la qualità di questo loro disco di esordio. Con grande piacere, cosa sicuramente non voluta ma nata dalla loro grande cultura musicale e dall'esperienza “Progressive”, ho potuto risentire sensazioni e sonorità che riecheggiavano nella mia mente e che mi ricordavano in maniera netta suoni ed atmosfere che avevo sentito in “Different Stringdei grandissimi “Rush. Sto parlando del brano “Mussaka.

Da quanto ho potuto dedurre dall'ascolto del loro disco, credo che gruppi come i Kraftwerk, Chemical Brothers, Rush, Prodigy, Anekdoten e New Order, possano aver influenzato il loro modo di fare musica ma, sicuramente, Mogway,  God is an AstronautDream Machine e Ozrick Tentacles, sono un loro grande punto di riferimento. Bella è anche la copertina, ispirata a quelle dei vecchi L.P. di Progressive Rock anni 70, spesso considerate vere e proprie opere d'arte.


Tra i dieci brani che compongono il disco vi voglio segnalare quelli che ho apprezzato maggiormente, ma chiaramente è un mio personalissimo punto di vista:

Whe Are The Volvo”, brano molto ritmato e di facile ascolto, sfacciatamente dance;

Holymount In The Rain”, in cui piano, violino e melodie inebrianti sono a tratti connesse a ritmiche ossessive;

Magical History Soup”, in cui è inserito il discorso di Nixon alla nazione per l'annuncio della fine della guerra in Vietnam;

Mussaka, di cui ho già parlato sopra;

Werther, unico brano non solo strumentale con Lorenzo Lambiase alla voce.

In conclusione “The Low Cost Experience” è un gran bel disco che si fa decisamente apprezzare.





giovedì 16 maggio 2013

Deviate Damaen: "Respingimento artistico d'un mondo regredito all'infradito"


A cura di Manuel Polli.

Lo confesso, fino a qualche giorno fa non conoscevo neppure di nome i Deviate Damaen. Per chi scrive di un gruppo attivo dagli inizi del '90 (dal '92 al '98 si chiamavano “Deviate Ladies”) non è certo un punto a favore, ma così è. Quando, prima di ascoltare i dischi usciti nel corso della loro carriera, ho letto la bio del gruppo, ci ho capito ancora meno. Quando poi ho ascoltato i dischi, non ho più capito nulla. Ma andiamo con ordine.

I “Deviate Damaen” registrano il primo album intitolato “Religious As Our Methods” nel 1997 con la Metalhorse Productions, (primo disco italiano ad uscire codificato in Dolby Surround) e tracciano da subito le linee guida del loro repertorio: provocazione (più di tutto) e sperimentazione, tra momenti dark-ambient ed accelerazioni metal, voci filtrate, rumorismi ed un cantato a tratti filtrato a tratti immerso in veri e propri riti voodoo (la chicca è la traccia di apertura, con la vera confessione di un ignaro parroco romano alle prese con un “fedele” del gruppo radiomicrofonato...) Il secondo album, “Propedeutika Ad Contritionem (Vestram!)” esce poco dopo, con qualche cambio alla line up ( il leader nonché vocalist G\Ab Volgar Svenym dei Xacrestani sarà fedele alla causa fino alla fine) ma non ai toni provocatori, che anzi si fanno sempre più forti contro i tempacci decadenti e graveolenti che corrono.

Tra collaborazioni e scambio di artisti continuo con bands dell'underground romano come Aborym e Stormlord, rimasterizzazioni dei dischi vecchi e qualche pezzo nuovo, l'eclettico collettivo è attualmente formato dal leader G\Ab Volgar Svenym alla voce, Aby (chitarre), Ark (tastiere), Luca Herrdoktor (drum machine), Lily Lilien (voce femminile), Ille Doctor Luminis (pianoforte da camera e spazzolone da cesso((!)) ) e J.J Blackstar (basso, chitarra e batteria). Ed è con questo collettivo, più qualche collaborazione d'eccellenza (Lord “Zimo” Scazzocchio e Corazzata Valdemone) che i “Deviate Damaen” stanno per pubblicare il loro ultimo lavoro “Retro-Marsch-Kiss”, ovvero, per usare parole loro, il respingimento artistico d’un mondo regredito all’infradito! "L'Elite de Notra Merd", primo singolo rilasciato come anticipazione del disco nel 2011, sono 8 minuti passati in un salottino infernale, tra uova cucinate, accelerazioni di drum su bpm non distanti dalla techno, chitarre aliene tra il metal e l'hard-rock e collage sonori strappati ad una tv romana sintonizzata su X-Factor, tutti ingrendienti miscelati all'insegna di una sperimentazione sonora da sempre marchio di fabbrica della band.

Che gli ambienti sinistroidi non siano esattamente i loro preferiti è lampante, la protesta però è più atta a sottolineare un ambiente musicale “gotico”, “metal” e “underground” vigliaccamente accarponato verso quegli stessi esotismi che lo stanno letteralmente spolpando di risorse, mercato e identità. On-line è possibile ascoltare il secondo singolo che precede il disco: “L’Antimissionar” e, se volete farvi un'idea sull'immenso calderone musicale proposto dai “ Deviate Damaen”, potete scaricare gratuitamente i lavori precedenti della band sul loro sito ufficiale (questa è sempre un'iniziativa lodevole): www.deviatedamaen.net.

L' album, a detta del gruppo, è previsto in uscita non appena la band si degnerà di partorirlo. E allora, quando verrà partorito, lo ascolteremo. E' l'unica maniera per capire davvero cosa frulla in testa di questi tempi ad un collettivo tanto eclettico quanto interessante.








venerdì 3 maggio 2013

Stanley Rubik: " LaPubblicaquiete "


A cura di Flavia Frangipani

Gli Stanley Rubik hanno scelto un nome che racchiude in sé una moltitudine di concetti. E' da poco uscito il loro primo lavoro “LaPubblicaquiete”: il titolo rappresenta esattamente il contrario di quello che l'album contiene. Non è calma piatta, ma solo apparente.

Dario Di Gennaro (voce), Gianluca Ferranti (chitarra), Domenico D'Alessandro (chitarra), Andrea Bonomi Savignon (batteria) nascondono i significati, e li confondono con rumori di sottofondo. Quella che raccontano è la quiete di una normalità che riguarda tutti, ma che da sola non basterebbe a descrivere nessuno.

La voce si perde in un mare di elettronica e i testi tutt'altro che immediati estrapolano dalla quotidianità inquietudine e confusione. Le parole passano come fotogrammi, niente dissolvenze ma stacchi netti. Quello che resta è una sensazione appesa ad un filo. A tratti risultano ermetici e ipnotici. Dimostrano una cura maniacale per i particolari e attenzione ai dettagli. Il sottofondo è spesso in primo piano, stravolgendo la prospettiva. Nella copertina due occhi per niente confortanti con lo sguardo fisso, guardano “in camera”.
Rappresentano la realtà, lasciando libera l'interpretazione, ma sono attenti a lanciare segnali e chiavi di lettura.

Combinazioni, ragionamenti e soluzioni.


Il nome che hanno scelto li definisce. C'è lo sguardo delirante tipico del regista americano e c'è la complessità del cubo di Rubik da gestire.
Già... quel giochetto maniacale irresistibile e incontrollabile che se nella vita ti è riuscito di risolvere almeno una volta è successo grazie ad una botta di fortuna, oppure perché hai barato. O magari sei un genio (ma questo è più improbabile). Comunque, se risolvi il cubo di Rubik una sola volta e mai più, direi che non vale.

Come quando non riesci a capire il significato di una scena di un film di Kubrick. Se qualcuno deve spiegartelo, non vale. Sono tre tracce, solo tre, quelle di questo EP d'esordio. In perfetta sintonia tra loro, con i loro titoli, con il titolo dell'album, col nome del gruppo, con la copertina. Ha tutto perfettamente senso. Va capito, se ve lo si spiega è sempre la stessa storia, non vale.

Abuso, Pornografia e Vademecum sono dei titoli bellissimi, volevo dirlo.







mercoledì 17 aprile 2013

AKU - "Love Is A Weapon"


A cura di John Tag

Contaminazione è la Password per entrare dell'universo "AKU "

Contaminazione è un termine dal molteplice significato, infatti, per contaminato possiamo intendere l’essere “infettato” o “inquinato” oppure essere il “risultato della fusione di diversi elementi”. Ma ”Contaminazione” è anche una password che noi possiamo usare per entrare in una realtà musicale multidimensionale, piena di sonorità e fusioni armoniche particolari ed inebrianti che subito ci avvolgono e ci rapiscono per un viaggio affascinante che vorremmo non finisse mai.

E’ questo il mondo di “Augusto Pallocca”, in arte “AKU”, nel suo ep “Love Is A Weapon”, un’opera complessa e “contaminata” da generi musicali diversi. AKU, un artista poliedrico e dalle mille sfaccettature, nasce a Velletri nel 1982 e viene sin da piccolo educato all’amore per la musica, dal padre sassofonista (da qui il suo amore per il sassofono).

In questo ep, interamente scritto e musicato da lui stesso e realizzato in collaborazione con Luca “Freon” D’Angelo, Matteo “Yoru” Soru (Fire Flowerz) e Davide Borri (m2o), è sicuramente ispirato dal Jazz, dalla musica Dubstep e da gruppi come “Ital Tek” e “Four Tet”, ma sicuramente esplora e attinge anche dalla House, dal Groowe, dai ritmi Afro, dalla Dance, ma anche, a mio avviso, dallo”Space Rock” elettronico di nicchia di “Aron Scharfegger”, meglio noto come “ARNIOE”.

Degne di nota sono le grandi voci di:
- Valentina Lupi nel brano Hip Hop “L’Unica Arma” in cui duetta con un AKU in versione rapper.
- Valeria Rinaldi in “Sparkling Wine”, brano dalle sonorità gradevolmente “Smooth jazz” (più classicamente dance nella Versione Fire Flowerz Rmx). 

Love Is A Weapon” è un disco composto da 7 brani finemente arrangiati e dal sapore internazionale, architettato minuziosamente ed in cui si evince facilmente la notevole cultura musicale dell’artista che spazia, con ardita consapevolezza, tra le sue diversissime esperienze musicali. AKU è un musicista completo che potrebbe misurarsi, senza alcune forma di “timore reverenziale”, con colleghi dai nomi più altisonanti che si muovono, in maniera più “disinvolta”, nel mondo del business discografico.










giovedì 21 marzo 2013

VIVA LION! - "The Green Dot Ep"


A cura de Il Cala

Il silenzio è il nuovo rumore, dicevano anni fa i Kings of Convenience in quel disco manifesto di tutto un nuovo movimento acustico e predecessore del lo-fi che convogliava la propria arte in un tappeto di arpeggi pizzicati e ritmi lenti. Nessun paragone forzato, per carità, ma è soprattutto il titolo a saltare alla mente dell'ascoltatore, quando si rende conto dell'intensità di queste 5 canzoni, quando appare chiaro come dietro questa dolcezza urli forte una qualità di un certo livello.

5 canzoni, tra cui una, ovviamente rallentata, cover di footloose, dove proprio la colonna sonora di un film su danze scatenate, viene trasformata in un altro tipo di ballo. Ma scusate, che io non frequento più, nelle discoteche ci sono ancora “i lenti”? Li mettono? Tipo che mettono su questa ed il ragazzo trova finalmente il coraggio di chiedere alla ragazza di ballare cheek to cheek? 5 pezzi dove il filo conduttore è l'impegnarsi nelle relazioni, la serietà e la necessità di essere reciprocamente sinceri. Disco artigianale, suonato con passione ma allo stesso tempo con una leggerezza che ti conquista come la chitarra acustica che tesse gentile le trame di questi brani.


Brani dove si sente forte il bisogno di credere nell'altro e di farsi forza a vicenda, sia nella ninna nanna di Even if, dove sembra quasi di ascoltare il canto di un bambino verso la mamma, sia nel brano (dal titolo eccezionale) Some investiments are recession proof, dove gli “investimenti che non temono la crisi” non sono certo azionari o su bond e bot, bensì sull'uomo, sui valori morali, sugli affetti, uniche ancore di salvezza in questo mare in tempesta. Appigli reali, concreti, che aiutano a tirare avanti, come succede ai protagonisti di goodmorning\goodnight che mantengono vivo il loro amore pur a distanza, lottando per far arrivare il giorno in cui i loro orologi avranno lo stesso fuso orario.

E tornando alla cover di footloose, a chi rimpiange Kevin Bacon, faccio presente che non è detto che il ballo che libera, la danza catartica, lo sciogliersi dei corpi debbano per forza arrivare da drum machine e sintetizzatori, anzi, in quei pochi minuti che chiudono l'EP, viene proprio auspicato il via ad un futuro meno grigio, opaco e triste. É un combattente i Viva Lion, non spacca le orecchie, non maltratta le casse, ma la sua pacatezza cela una grinta invidiabile, perchè, forse, quiet is the new weapon.





 



mercoledì 6 marzo 2013

Feelbacks - La Distruzione dei Clichès


A cura di Matteo Bellotto

Ad occhi chiusi ed ascoltando distrattamente, i Feelbacks sembrano appena scesi da un aereo proveniente da Los Angeles, con un suono decisamente americano, ben eseguito e sicuro. La band è invece romana e distrugge (per certi versi finalmente) molti dei troppi clichès che contraddistinguono la scena romana. Lontani da provincialismi e con scelte coraggiose i Feelsbacks ci propongono uno sguardo internazionale, provando a intraprendere un percorso impervio. Conoscono molto bene la materia (il pop-punk) e sanno proporla approfondendo i testi e le melodie che dietro una base decisamente orecchiabile mostrano anche soluzioni musicali che compattano il suono e fanno arrivare il tutto. Sapere che la necessità di innovarsi continuamente e di guardare a quello che arriva da fuori deve essere una risorsa è sicuramente la dote migliore dei Feelbacks che non deludono affatto. Per ascoltarli bisognerebbe togliersi dalle orecchie molti pregiudizi, quelli che ci comprometterebbero rendendoceli “commerciali”. La fortuna aiuta gli audaci e non si può certo dire che questi ragazzi non lo siano. Vanno seguiti con tutte le attenzioni possibili.

In tempi in cui la musica commerciale italiana sta tentando (molto lentamente) di rivolgere il proprio sguardo anche verso le produzioni underground (come accade anche nei Festival meno “progressisti” come Sanremo dove quest'anno si sono visti Blastema e Marta sui Tubi) bisogna affermare che troppo spesso le produzioni a respiro internazionale come quella dei Feelbacks non godano ancora della dovuta considerazione a livello nazionale. Probabilmente non si tratta solo di un problema di gusto o di backgruond, ma sul fatto che le nuove generazioni abbiano molti pregiudizi sulle produzioni del proprio tempo andando sempre più sul sicuro verso qualcosa di più patinato o più vintage. I Feelbacks non sono solo dei musicisti quindi ma anche coloro che con le proprie produzioni cercano di portare il nostro sguardo oltre, per ricordarci che la musica non ha direzione, ma al limite solo provenienza. Ascoltarli vi costringerà ad ampliare i vostri limiti, ma del resto la musica lo ha sempre fatto.





Tutte le band di Roma e dintorni che volessero essere recensite e pubblicizzate sul nostro music blog possono scriverci ed inviare il materiale necessario (audio,video,foto,bio,press kit,links utili) all'indirizzo antipop.project@gmail.com ed essere così inserite su Roma Alternativa!!!

mercoledì 27 febbraio 2013

La Congiura Degli Scaltri: "Electrorock all'italiana"



A cura di Doxyeah

Non so se vi è mai capitato:
Sei al mare, classica meta turistica calabrese, piena di coppiette felici, allegri pensionati che si fanno la classica camminata sul lungomare e tanti giovani, non tantissimi, ma un bel numero. Ecco, mi ritrovavo in una situazione del genere, pochi amici ma buoni e così, per caso, conobbi due ragazzi di Roma, appassionati di musica peggio di me, e con chitarre in mano e tanta voglia di fare iniziarono a suonare canticchiare qualcosa, accompagnati da birra e sigarette. Questi due ragazzi, adesso, hanno dato vita ad un progetto fenomenale, La Congiura Degli Scaltri.

Sono di Roma, la capitale, famosa per molte band pop rock, ma loro hanno qualcosa in più: spaccano forte. Nascono nel 2010, ritmica rock addolcita da melodie orecchiabili cantautoriali con riflessi che vanno dall'hard rock all'alternative english, loro preferiscono autodefinirsi "Elettrorock all'italiana". Agli inizi, erano un trio dal sapore progressive ma, successivamente, preferirono adottare una formazione più portata alla semplicità ma addizionata alla cattiveria del rock, la tecnica del progressive e in più le melodie del pop, un risultato esplosivo; questo grazie anche a Brian Riente, chitarra e voce, che si è riscoperto come cantautore fenomenale e sopratutto perché sentiva il bisogno di creare una band più "sua", chi non vorrebbe porre le proprie basi su di un progetto?
Lorenzo Brizi invece è il bassista, che dire, scale e ritmiche perfette, sound pazzesco e ideale per il genere. Sentendo il bisogno di un membro con esperienza in un genere simile, Brian decide di ingaggiare un batterista, Giulio Vigilanti, un suo amico di vecchia data, che militava già in un gruppo blues romano i "66 cl". Spaventati e sopratutto confusi da le varie influenze presenti in ognuno di loro, non si demoralizzano, anzi, e il risultato è nitroglicerina pura.

Partono agli inizi con una cover e tre brani inediti, la cover è "Impressioni di Settembre" della P.F.M ideale per lo spirito e il sound della band. Negli anni successivi, dopo giri e rigiri nei locali della capitale, hanno raccolto un sacco di esperienza, e decidono di ingaggiare un altro componente, Margherita Flore, tastierista e studentessa del Saint Louis College of Music di Roma. Adesso la band può essere finalmente dichiarata al completo e il sound lo potete gustare in due pezzi fenomenali:
Emozioni preconfezionatee Hai guardato mai”.
Che dire, ascoltateli, invitateli nei locali, fate di tutto per loro, si meritano visibilità.
Per quanto riguarda me, spero di ribeccare i miei amici Brian e Lorenzo, in questa località turistica calabrese, bermi una birra con loro e dirgli personalmente che spaccano i culi.
Doxyeah
http://twitter.com/doxyeah




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mercoledì 20 febbraio 2013

I Paradisi Artificiali tra hard-rock underground e Baudelaire


A cura di L'Aura
Non lasciatevi ingannare dal nome di questa giovane band romana : il richiamo è a Baudelaire, giura Gianluca Zanella, basso e voce del gruppo, e non a quello che voi maligni subito potete pensare! In particolare, l’idea del nome nasce dal richiamo all’opera del poeta francese “Les paradis artificiels” …e poi ognuno ci legga quel che vuole. In fondo, citando la canzone del mitico Jimi Hendrix, si può dire che per passare alla storia un artista si deve sentire “assolutamente libero” (Stone Free). Si tratta di un gruppo rock underground italianissimo formato da quattro elementi (Gianluca Zanella, Marco Curti, Simone e Daniele Focarelli). Un basso che fa anche da vocalist, due chitarre ed un batterista: questa la formazione nata a Roma nel 2009 e che continua tuttora il suo percorso musicale. Ognuno con la propria storia e le proprie differenti preferenze musicali che si riconoscono dall’ascolto dei loro brani nei quali, appunto, alternano diversi ritmi. Hanno deciso di scrivere i loro testi rigorosamente in italiano coniugandoli miracolosamente con uno stile musicale in prevalenza funky - hard rock che per tradizione impone i testi in lingua inglese. Ma dall’audace mix di questi due elementi (ritmo e testi italiani) nasce un prodotto musicale assolutamente originale. La missione che poteva sembrare impossibile è invece riuscita e la loro musica non si autodistruggerà nel prossimo futuro! Per ora le loro vibranti esibizioni live sono ristrette ad alcuni locali della capitale e del centro Italia (Toscana ed Abruzzo) ma la loro passione per la musica li porta a buttare il cuore oltre l’ostacolo continuando a raggiungere nuovi fans pur dichiarando orgogliosamente di essere totalmente autoprodotti……almeno per ora! La crisi del mercato discografico, del resto, impone ai giovani di cercare strade alternative e loro ci stanno provando davvero, mescolando creatività, passione e coraggio. Speriamo di vedere premiate queste doti!


https://www.facebook.com/IParadisiArtificiali


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giovedì 14 febbraio 2013

Wops - "La Scatola Rossa"



Nella Scatola Rossa dei Wops ho scovato agevolmente oggetti preziosi non sempre facili da trovare nelle “confezioni sonore” prodotte da qualche anno a questa parte. Qualche orpello ornamentale di troppo e alcuni cimeli presi in prestito da istituzioni soniche nostrane hanno, però, appesantito l’equilibrio raggiunto nella fase di composizione e slavato il rosso dell’incarto. La prima cosa che è balzata fuori all’istante è stata la spontaneità e l’immediatezza dei singoli elementi della band. Non sto parlando (attenzione!) di tecnica, suoni, testi, ma dell’atteggiamento mentale propositivo e fresco che si riversa nei brani. Non spocchia quindi, ma assoluta onestà intellettuale. All’integrità di questi ragazzi “spavaldi, violenti”, è questo il significato di Wops (mai nome fu così inappropriato!), si aggiunge un’ingenuità, o meglio quell’inesperienza che caratterizza molti gruppi alla loro prima produzione ufficiale. Il sentir uscire, come prima cosa, i suoni piatti e notturni di Falene potrebbe anche avere un effetto psichedelico che risucchia l’ascoltatore nella “scatola”, ma per lo più induce a  procedere al brano successivo. A Me Mi, sicuramente una bella ventata di aria fresca, che con il suo andamento battagliero riesce a conquistare in pieno l’obiettivo principale (nome in codice Tu) e le simpatie di chi “ode questo inno”. Peccato voler perdere, quasi intenzionalmente, un traguardo raggiunto con tanto sforzo. Con In 15 Minuti, di fatto, si ha l’impressione di ripiombare nelle stesse atmosfere di Falene, complice primo, l’effetto che distorce il cantato e poi, l’abuso dei suoni sintetici che sfocia un pò ripetitivo. Animatek & Jeko e Lady 88 smuovono (era pure ora) i nostri musicisti, che conquistano piena fiducia di se stessi fracassando con scosse, urla e sferragliate il recinto nel quale si erano barricati. Una volta fuori, i Guerrieri si trovano a vagare in una vasta e vuota pianura. C’è anche del verde dinanzi, che non vedono o ignorano volutamente. Decidono allora di rinchiudersi nella Scatola Rossa, ma questa volta per riflettere, guardarsi in faccia. Al prossimo giro, di sicuro non vedremo più volare falene!
By bassepartout 
bassepartout : @bassepartout




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giovedì 7 febbraio 2013

L'indie-rock dei romani Montreal


Montreal

La band romana è composta da Matteo Bassan (chitarra), Gianluca Marchionne (voce), Gianluca Filaci (synth/piano), Alessio Sellitri (batteria) e Matteo Bassani (basso). Il sound dei Montreal raccoglie influenze varie ed eterogenee: sonorità con rimandi ai Klaxons e Kasabian, melodie alla Killers ma anche atmosfere affini ai Subsonica, il tutto condito dall’interessante scelta di cantare in italiano. 
Hanno all’attivo numerosi live nei maggiori club della Capitale tra cui Mads, Locanda Atlantide, Sinister Noise, Alpheus e Contestaccio. Il 2011 è contrassegnato da un'intensa attività live e nel dicembre dello stesso anno inizia la collaborazione con i Velvet. Ed è ai Velvet che viene affidata la produzione artistica del loro EP d’esordio “Situazioni Momentanee Di Panico”, uscito il  6 luglio 2012. “Ti Farà Piacere” è il primo singolo estratto dall’EP per il quale viene realizzato un videoclip, uscito in anteprima web su Rockol il 21 giugno. Il 28 giugno i Montreal sono di scena, sul palco installato in piazza San Lorenzo, in occasione della tappa romana del Sisley Indipendent Tour, iniziativa organizzata da Sisley che porta nelle piazze italiane il meglio del panorama indie rock emergente tricolore.

1) I Montreal nascono nel 2008 e, dopo vari cambi di line up, arrivano al debutto su disco nel 2012. Cosa vi ha spinto a costituire la band ed a chiamarla Montreal?

Come ogni band anche la nostra è nata con il fine primario di convogliare la nostra passione per la musica in qualcosa di concreto che ci desse modo di seguire in piccolo le orme di tutti gli artisti che abbiamo guardato sempre con ammirazione. Il nome della band invece è nato in maniera del tutto casuale: poco prima del nostro primo concerto, ancora senza nome, Gianluca (cantante) arrivò in sala proponendo “Montreal”. Inizialmente pensavamo di tenerlo provvisoriamente ma come è facilmente intuibile ormai ci segue da quattro anni.


2)Come nasce un vostro brano? Da cosa traete ispirazione? 

Generalmente i nostri brani nascono da spunti musicali elaborati a casa e poi sviluppati in sala prove: un riff di chitarra, una sequenza di accordi, una frase di tastiera. Una volta terminata la fase strumentale e improvvisata una melodia per la voce, scriviamo il testo. L’ispirazione nasce dall’osservazione di ciò che ci circonda: prediligiamo scrivere di tematiche sociali anche se rivolgiamo l’attenzione a vicende autobiografiche.








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